| 
  • If you are citizen of an European Union member nation, you may not use this service unless you are at least 16 years old.

  • Finally, you can manage your Google Docs, uploads, and email attachments (plus Dropbox and Slack files) in one convenient place. Claim a free account, and in less than 2 minutes, Dokkio (from the makers of PBworks) can automatically organize your content for you.

View
 

Coltivare le connessioni

Page history last edited by Irene 12 years, 2 months ago

SCUOLArizzazione DELL’OBBLIGO

Quant’è vero ciò che dice, caro prof, ma come dire “questo passa il convento”.
 
In quanto ragazza al primo anno di medicina e con un certo curriculum studiorum mi rendo conto sempre più ad ogni sua parola come sia visibile ed opprimente la “trappola scolarizzante” in cui siamo. Ma in quanto trappola non se ne riesce ad uscire, a me pare. Almeno finché non solo una persona ma tante persone, professori, docenti la pensino ed agiscano come lei. Sono scettica nei confronti di una “rivoluzione” della scuola in questi termini, perché non ha (ancora) radici né da una parte (studenti) né dall’altra (docenti). Magari si può vivere in una mentalità non scolarizzata, cioè crederci, avere uno spirito innovativo, ma fin quando si è cresciuti e maturati in una realtà così, è difficile venirne fuori. Non solo: diventa questione di sopravvivenza, di adattamento, noi impariamo ad essere scolarizzati.
E’ come quando il bambino impara a parlare. Prima di allora, gesticola, usa il linguaggio del corpo, piange… ma chi lo capisce?La mamma, poi? Allora man mano deve pur integrarsi nel mondo di “quelli”, deve farsi capire, adattarsi. Allora impara il loro linguaggio… e dimentica il suo. Noi ragazzi, insomma, potenzialmente siamo forse più atti e tendenti alla non-scolarizzazione, ad un metodo di apprendimento più naturale, più immediato, vitale e creativo, ma con tanto sforzo abbiamo capito che si deve studiare e che si devono fare le cose in un certo modo. E ora? non sappiamo tornare indietro.
 
La rivoluzione non sarebbe sdoganare la scolarizzazione secondo me, ma reinterpretare il sistema scolastico. Mi verrebbe da dire “come in America”, ma neanche quello. Neanche quello perché quando sono stata nelle scuole americane, del New Jersey, ho visto sì tanta praticità ma anche tanta ignoranza culturale. Non che mi reputi più colta, anzi, ma vuoi per una trappola scolarizzante vuoi perché per anni sono cresciuta in quest’ottica, vuoi perché ho finito la scuola, ma arrivo a pensare che un po’ di storia va conosciuta, che la matematica non è solo insiemi con le frecce, che non si può studiare “economia domestica”, non c’è bisogno di un corso.
Anche l’istruzione è importante e in un certo senso, propedeutica alla formazione. E’ come se l’istruzione fornisse gli strumenti per formarsi, insomma il metodo per farlo anche quando non c’è nessuno ad insegnarti qualcosa ma sei tu ad andarle a scoprire. E’ necessario anche studiare e sapere come è fatta una cellula, per scoprire un domani che quella che non funziona così significa tumore.
 
E’ verissimo anche che la scolarizzazione toglie tempo e risorse a ciò che prima si respirava nella comunità e si apprendeva dal vivo. Penso ad esempio a quando si studiava la geografia a scuola. Capoluoghi, province, capitali, fiumi, mari e monti, erano uno sforzo di memoria! Ma se poi ti si portava in gita dall’altra parte dell’Italia e facevi un certo percorso per arrivare a Torino allora tutto diventava non solo più facile, ma più pratico, più vicino alla vita di tutti i giorni, più concreto. Idem se ascoltando il TG ad esempio collegavi quella città a quello Stato studiato. Eppure bisognava pur saperlo che quello Stato si affacciava su quel mare, insomma che quell’acqua ha un nome perchè non lo porta scritto sulla cresta dell’onda.
Lei dice che passeggiando in un bosco non bisogna conoscere foglie, forma, tipo di albero, evento famoso avvenuto in quel bosco, ma che l’importante è conoscerlo a modo nostro. Io voglio rimanere nella metafora, ma la trasformo in esempio. Sono cresciuta in una dolce casina dalle spalle coperte da un bel boschetto… anzi, un bel boscone! Lo conosco “a modo mio” in lungo e in largo… comprese le buche scavate quand’ero piccina. Beh, eppure non conosco le differenze tra le foglie o quell’odore a cos’è dovuto o quel fruscio particolare e me ne vergogno anche solo a dirlo! Questo perché? Perché non mi interessava conoscere quelle cose lì per lì e nessuno poi me ne aveva parlato “didatticamente” (a parte le nozioni insegnatemi da mia nonna, ma da bambino soprattutto porgi orecchio a ciò che tocca l’interesse in quel momento, che coinvolge il tuo mondo.
 
Insomma in un certo qual modo, è necessario che delle cose ci siano anche imposte, soprattutto quando siamo più giovani e quando la vitalità ci porterebbe solo a scorazzare nei prati e mai a stare sui libri. Per questo, insomma, dico solo “reinterpretare” il sistema scolastico, cioè integrarlo, lasciare spazio anche al pratico, senza andare a spese del resto. E secondo me non è così difficile. Prima ancora di accogliere e divulgare il sistema informatico, si potrebbe fare lezione all’aperto, fare delle gite intorno alla propria città, insomma staccarsi anche fisicamente dal grigio edificio scolastico; spiegare un momento storico davanti ad un quadro che lo testimonia, parlare del naso storto di Lorenzo de’ Medici, anziché rigidamente vita e opere, vita e opere. Sarebbe bello giocare con la propria disciplina: ad esempio andare in giro a fare una passeggiata e giocare a cosa ti viene in mente di quanto studiato osservando ad esempio un albero! -- Education is the ability to perceive the hidden connection between phenomena [Vàclav Havel]--- giusto?
 
Si perde così tanto tempo a scuola, che non ci vorrebbe niente per renderla meno rigida e più libera (posso dirlo?), più integrata alla vita pratica. Ma togliamoci anche il “pratica”… alla vita!! “Non exiguum temporis habemus, sed multus perdidimus” (non abbiamo poco tempo, ma ne sprechiamo molto).
 
Per il resto, la scuola dovrebbe essere una “stimolatrice di interessi” e di quella famosa curiositas. Il resto lo facciamo noi, ma questo sì, dovrebbe farlo. Ho sempre pensato che 2 sono le figure, i mestieri più delicati, gravosi e carichi di responsabilità: 1) il medico 2) l’insegnante. Hai a che fare con la vita in entrambi i casi e in entrambi i casi devi avere delicatezza, competenza, coscienza di quello che fai … perché stai cambiando una vita umana e sei determinante per quella persona più di quanto credi. Ho scelto di fare il medico. Non farò l’insegnante perchè non mi piace l’ambiente della scuola, perchè credo che nessuno abbia da imparare da me e forse anche perché non ho abbastanza “attributi” per urlare un cambio di mentalità, non ho la voce adatta o il coraggio sufficiente.
 
La scuola che vorrei è con ciò che c’è  ma molto di più. E per fare ciò ci vorrebbero più persone come lei mio caro prof. E come giustamente dice, “la rarità rende ancora più fulgide le eccezioni che fortunatamente ci sono”. Ricordo una docente (ovviamente supplente, perché le persone migliori non ti è concesso godertele troppo a lungo) che venne a farci la prima lezione “alternativa”. Alternativa rispetto alla norma e poco apprezzata dagli altri docenti, ovviamente. Figuriamoci che già per i nostri genitori non c’è più la scuola di una volta, idem per i nostri ministri, nostalgici del “maestro unico”(magari nostalgici del loro maestro unico, quello in particolare..ma questo è un altro discorso), delle bacchettate sulle mani e delle punizioni con le ginocchia sui sassi. Figuriamoci quanto siamo già avanti noi (per loro indietro)di mentalità rispetto a loro!
Eppure io una professoressa con gli “attributi” l’ ho avuta. Lei non spiegava nulla, assegnava i compiti, che andavano svolti e che erano talmente tanti che dovevi dedicarti solo a lei… Ma li studi tu! Lei insegna storia e filosofia e non te la “insegna”. Del resto, credo che né la storia né la filosofia possano esser inculcate. Sono visioni del mondo, discipline che ti fanno sorgere lo spirito critico e uno stile di pensiero. Non spiegava mai, ma interrogava tutti i giorni. Nella pratica, era un dibattito . A partire dalla prima domanda del giorno ad andare avanti dove la rete di connessioni mentali (adesso ci vuole) e didattiche ci portavano. La scuola da quel punto di vista non era per niente male e sentivi di crescere ogni giorno di più.

Ricarica PiLE

 

Ognuno ha un proprio PLE, che non sarà mai come quello di un altro e che più o meno ampio che sia costituisce, secondo me, il proprio bagaglio culturale. E’ fatto di connessioni, parola cruciale davvero, prof.
Per quanto mi riguarda ogni giorno il mio cambia, oggi ad esempio con questo articolo in particolare o con tante diverse conversazioni e vari click. E’ cambiato nell’ultima settimana perché ho conosciuto una persona nuova, ho incontrato quel dottore, perché mi è capitato qualcosa. E’ cambiata nell’ultimo mese perché lo studio dell’anatomia mi ha fatto scoprire determinate cose, ma anche siti, forum e realtà differenti. Negli ultimi mesi, perché ho messo su un blog e sto affrontando qualcosa, seppur banale per molti, sconosciuto a me; nell’ultimo anno, perchè ho conosciuto persone, scambiato informazioni, interessi, idee; negli ultimi due anni perché mi sono trasferita lontana da casa (e il mio PLE si è dovuto caricare anche di ricettari!). E così via.
 
Insomma a quanto ho capito, il PLE copre ogni esperienza di apprendimento a cui ci si sottopone, è gestito da ciascuno di noi e si concretizza in questo insieme di feeds, che grazie all’aggregazione, ai links e alle varie tags che possiamo scegliere, ci permettono di ripescare quelle informazioni di vario interesse inserite in essi.
E la creazione di questo blog ne ha avuta di importanza nel mio PLE, che fino a poco fa non sapevo neanche di avere o che non avrei certo chiamato così. “La ricchezza di una mente dipende direttamente dal numero, dalla qualità, dalla diversità delle connessioni che ha stabilito con altre menti, offline e online”. Mi è piaciuta molto questa frase. Ecco perché più che le menti sono le connessioni il punto importante … ed ecco perché ritengo che questo blog, pur curato da me con lentezza per via di esami e impegni, ha cambiato, almeno per ora, il mio PLE.
 
 

Il fisico e il virtuale

 
,Per la nostra mente differenza tra fisico e virtuale non ce n’è, è vero.
Credo anche che il virtuale abbia più presa, in un certo senso, perché non è influenzato da una serie di fattori fisici, di linguaggio, di abilità interlocutoria, di carattere. Eppure non credo che il virtuale sia sufficiente, che sia davvero vita. Rende le cose “parziali”, più semplici.
Una volta ho scritto un post sulla mia difficoltà di comunicazione con i fiorentini al mio primissimo arrivo qui in città. Sono convinta che non ci sarebbe stato, non lo avrei avvertito se le mie prime conoscenze fossero state virtuali. Intanto poi nella vita vera, non virtuale, viene fuori forse quello che sei, le tue debolezze, il tuo caratteraccio, l’inadeguatezza in alcune discussioni e il fervore con cui invece ne affronti di altre, ma anche, banalmente, il tuo accento, la forma dei tuoi occhi, il colore delle tue scarpe.
 
Credo che il virtuale sia uno strumento immenso e utilissimo, che non ha paragoni, ma che non può sostituire la vita vera. Dipende poi dagli obiettivi che ci si pone. Se si vuole usare internet come scambio di idee, è perfetto! Per il resto…insomma, non lo vedo così “vitale”. Può integrare la vita vera, migliorarla e non è poco, ma non sosituirla.
Condivido comunque che “il mondo online ha semplicemente potenziato enormemente la nostra capacità di connetterci ad altre menti”.
 
Mi ritrovo molto (purtroppo) in quello che dice *Martavara*, in come ci riesca più o meno semplice studiare e dare un esame e come invece questo esame “ambiguo” ci spiazzi un po’. Io credo sia perché ci sono persone, come me, come questa ragazza, che hanno bisogno di punti di riferimento, di tenere le cose sotto controllo, e abbiano paura di non sapere cosa si trova abbandonando il vecchio. Ciò non significa essere chiusi al nuovo, anzi: come si è visto abbiamo accettato di immergerci nell’ignoto di un blog solo dopo poche parole, senza troppi indugi. Ma se qualcuno ci dicesse “da oggi l’università sarà sempre così!” saremmo contenti in molti, ma strabuzzeremo gli occhi, increduli, di sicuro in tanti.
Come direbbe una canzone (nel mio blog metto una citazione ad ogni post, perché non posso farne a meno!! E neanche ora gliela risparmio) “Paura del diverso paura del possibile paura che diverso sarebbe anche possibile” e ci metterei… [cit. da iamarf a martavara] “paura dei propri limiti della propria inadeguatezza, dell’assenza di punti di riferimento”.
 

In conclusione

 
Forse ancora molti di noi studenti non usano internet con fluidità e, benché il virtuale non può sostituire la vita, è evidente che sia necessario, soprattutto oggi che tutto è esploso esponenzialmente. La svolta è già in quella scuola che ci insegna ad usare il web, come sta facendo lei in pratica (svolta perché in genere i professori sono i più anziani e quelli meno esperti di tecnologia, che quindi sono meno predisposti verso uno strumento che disconoscono e verso il quale non hanno molta fiducia). Pertanto mi rincuora che ci siano persone come lei, prof, che divulghino il “verbo” delle connessioni e che facciano capire, a noi che facciamo i superbi con i nostri genitori ignoranti l’informatica, la vera importanza della rete, di cui io credo non abbiamo e più precisamente non ho ancora sfruttato (né conosciuto) le vere potenzialità. Continui a darci l'opportunità di capire.

Comments (0)

You don't have permission to comment on this page.